Posted By sspoladori
Un primo sguardo a “Once Upon a Time in Hollywood” di Quentin Tarantino

“Once Upon a Time in… Hollywood” è stato indubbiamente l’evento del festival di Cannes 2019: prima con l’arrivo del cast, poi il red carpet con i fan in delirio, le ore di coda alle proiezioni stampa, la psicosi collettiva del “non si riuscirà a entrare”. Dopo il film sono arrivate le parole e i giudizi decisamente contrastanti: delusione o capolavoro, opera autoreferenziale avvitata su se stessa o sentito omaggio al cinema, raccontato al crepuscolo della sua golden age. Per trovare un film di Tarantino così spiazzante e divisivo bisogna tornare indietro al 1997, a “Jackie Brown”, che appena uscito disorientò parecchio chi si attendeva un’opera esplosiva nel solco di “Pulp Fiction”. Come “Jackie Brown”, “Once upon a Time in… Hollywood” è un film con un passo consapevolmente lento, dal ritmo particolarmente libero ma con ancora meno “trama” del suo predecessore. A monte, però, va chiarito un equivoco: il “brand Quentin Tarantino” ha ancora cuciti addosso una serie di stereotipi un po’ fuorvianti, anche fra i suoi moltissimi e agguerriti fan, che vedono nel regista un narratore ghignante, un autore irriverente e “solo” postmoderno, il genio ipercitazionista dall’immaginario che si articola solo in termini di “cinema puro”. In realtà Tarantino, a partire quantomeno da “Bastardi senza gloria”, è però “anche” ben altra cosa, un artista maturo, molto libero sul piano formale e narrativo e molto più attento e consapevole su quello teorico di quanto si tenda a credere. In questo senso, “Once upon a Time in… Hollywood” è perfettamente coerente con questa “età adulta” del suo cinema e con tale lente andrebbe osservato, senza prenderlo per puro divertissment, venato di malinconia e nostalgia.

Il film è compresso in soli tre giorni, 8 e 9 Febbraio 1969 e 8 agosto dello stesso anno e segue principalmente tre personaggi lungo situazioni tra loro decisamente slegate, spesso dilatate apparentemente oltremisura. Il primo antieroe è Rick Dalton (Leonardo Di Caprio), attore di film di genere (soprattutto western) e serie tv, nella fase discendente della sua carriera e dell’autostima e prossimo all’alcolismo, al quale il suo manager Marvin Schwarz (Al Pacino) propone, prima del ritiro, di girare un ultimo tv movie intitolato “Lancer” e poi qualche spaghetti western in Italia. C’è poi Cliff Booth (Brad Pitt), suo unico amico, sua controfigura e anche suo assistente, autista e tuttofare, uomo duro e imperturbabile che (forse) cela un terribile segreto nel suo passato, vive in una roulotte con il suo cane e che ogni tanto si trova a consolare Rick quando questo scoppia a piangere pensando alla sua carriera. Accanto alla villa di Rick, sulla famigerata Cielo Drive, abita il terzo personaggio centrale del film, che è, a differenza dei primi due, un personaggio realmente esistito: Sharon Tate (la splendida Margot Robbie), che si è da poco trasferita lì con il regista più cool della New Hollywood, Roman Polanski. 

Due personaggi finzionali e uno realmente esistito, quindi, a conferma di come – nel Tarantino post 2008 – ciò che sta al centro della poetica e attorno al quale ruota tutto il resto è la dissoluzione di qualsiasi distinzione tra reale e immaginario cinematografico (e anche televisivo, in questo caso), due polarità che si fondono fino a diventare indistinguibili e a rendere indecifrabile la loro relazione di causa-effetto. Tarantino, insomma, non perde occasione per ribadire che siamo parte di una società in cui non è più individuabile il confine tra la verità e la finzione che sopra vi si è depositata e che anzi, a volte è addirittura il racconto – per lui soprattutto cinematografico – che ha il potere di trasformare e generare il reale e non viceversa. È così e basta, nel cinema di Tarantino questo elemento è ribadito senza appenderci un giudizio, positivo o negativo che sia. Tuttalpiù, come nel finale di “Bastardi senza gloria”, il cinema, rimettendo in scena “un’altra Storia”, ha una funzione ucronica che porta riscatto e catarsi.

In “Once Upon a Time in… Hollywood” inoltre, a fare da collante tra questi personaggi e le differenti situazioni raccontate è proprio il luogo in cui questa inversione tra reale e immaginario diventa tangibile, la città di Los Angeles, una metropoli che esiste proprio perché in qualche modo viene ricreata continuamente dal cinema e che Tarantino, infatti, ricostruisce – al cinema – in modo perfetto in tutta la sua “popness”, tra colori accesi e feticci vintage, così da restituircene il “sapore”. Un sapore, come detto, agrodolce, perché il film coglie in maniera efficace anche il senso di trasformazione che porta con sé un anno chiave nella storia degli USA e anche del cinema americano come il 1969, in cui tutto sta cambiando e per sempre, in cui gli schermi televisivi – grandi assenti, fino a oggi, nella filmografia del regista – compaiono praticamente ovunque, in cui per le strade non ci sono più solo divi o gangster in completo nero ma anche hippie scalzi e in cui la New Hollywood dei Polanski sta emergendo per trasformare lo show business.

Nelle prime due ore del film respiriamo quest’aria, ci godiamo Los Angeles in questo momento storico fondamentale, siamo rapiti e incantati, eppure, a pensarci bene, non succede granché: Rick si sforza di girare una sequenza come cattivo nella serie West, avendo però bevuto troppi cocktail la sera prima; Cliff prende in braccio una seducente autostoppista adolescente (Margaret Qualley), per poi ritrovarsi nella comune di Charles Manson, un tempo set in cui lui e Rick avevano girato alcuni film; mentre Sharon, in una delle scene più belle del film, entra in un cinema che sta programmando il suo ultimo lavoro – “The Wrecking Crew”, con Dean Martin – e lo guarda.

Oltre a ciò, ci sono divertenti episodi con Steve McQueen (Damian Lewis) e Bruce Lee (Mike Moh) e una breve e casta festa alla Playboy Mansion. Nient’altro, per oltre due ore, eppure tutto tiene. Oltre alla scioltezza con cui vengono intrecciati i due piani e alla solita grande capacità di affabulare, il regista americano cementa la tensione con un meccanismo molto semplice: nel momento in cui è dato che uno dei personaggi è Sharon Tate, che sappiamo essere stata assassinata proprio nel 1969 e proprio dagli accoliti di Charles Manson, e nel momento in cui lo stesso Manson compare per una trentina di secondi nelle prime battute del film, si innesca un meccanismo che fa leva sulla nostra consapevolezza che, in un modo o nell’altro, Tarantino finirà per affrontare quell’orribile tragedia. Come la affronti, in questo finale di cui non si può parlare ma che tutti, a quanto pare, hanno capito, è da scoprire.

Diciamo solo che è una conclusione forse un tantino sopra le righe, che chiude però perfettamente il cerchio di un film complesso, importante e che varrà la pena rivedere e studiare a lungo.

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