Le cinque cose da ricordare di Venezia 78

La 78. Mostra del cinema di venezia si è conclusa con i verdetti di sabato 11 Settembre, al solito discussi e discutibili, senza grande utilità. A distanza di qualche giorno, dopo una delle selezioni più ricche degli ultimi anni, quali sono le visioni che sono davvero rimaste e che sono destinate a crescere nel tempo?

  • Scenes from a Marriage, di Hagai Levi

Siamo tutti analfabeti emotivi, questa è la consapevolezza desolante che lasciano le cinque ore di Scenes from a Marriage, prodotto HBO che riprende il capolavoro di Bergman del 1973, attualizzandolo e trasportandolo negli Stati Uniti di oggi, attraverso lo straordinario lavoro di riscrittura di Hagai Levi (In treatment, The Affair) e della drammaturga Amy Herzog, la regia dello stesso Levi e la performance eccezionale dei due protagonisti Jessica Chastain e Oscar Isaac. Le “scene da un matrimonio”, quello di Jonathan e Mira, sono cinque e sono istantanee di altrettanti momenti della vita di una coppia nella quale è impossibile, in un punto o nell’altro, in un momento o nell’altro, non sentire che c’è tanto, troppo che ci ri-guarda tutti. Si va dalla felicità - già scheggiata - del primo quadro alle successive crisi, fino all’impossibilità di chiudere davvero la relazione; la scena centrale, che si intitola proprio “analfabeti”, condensa perfettamente la questione enigmatica al centro dell’ininterrotto dialogo tra i due protagonisti, cioè l’inintelligibilità dei sentimenti, anche dei propri, e l’inadeguatezza del linguaggio per comunicare e risolvere gli aspetti relazionali. Pirandellianamente, crediamo di intenderci ma non ci intendiamo mai. E tutto si complica se, come dice Lacan, non è mai possibile fare Uno con l'Altro nemmeno attraverso la sessualità.

  • Il buco, di Michelangelo Frammartino

Italia, anni ’60: in un piccolo paese del Pollino, in un televisore portato in piazza per una visione collettiva, scorrono le immagini di Milano e in particolare del Pirellone in costruzione. Mentre il boom economico spinge il capitalismo alla conquista del cielo, un gruppo di speleologi giunge nella parte più incontaminata e naturale della Calabria per scendere nelle profondità di una grotta; intanto, un pastore, vive gli ultimi giorni della sua vita. Dalla sinossi si comprende la bellezza e l’unicità del cinema di Michelangelo Frammartino, che procede per giustapposizioni e accostamenti, che fa a meno dei dialoghi per parlare a un livello più profondo, usando quadri animati di straordinaria bellezza che riescono a cogliere l’essenza della natura. Cinema unico, che richiede complicità e attenzione, ma che ripaga e appaga senza compromessi.

  • Reflection (Vidblysk), di Valentyn Vasyanovych

Valentyn Vasyanovych ha vinto due anni fa il premio Orizzonti per il miglior film con il bellissimo Atlantis. Ora, catapultato nel concorso principale, torna sul conflitto russo-ucraino, l’unico che si combatte in Europa, e ne coglie, con uno stile radicale e già riconoscibile, la più drammatica peculiarità, cioè l’apparente invisibilità: mentre in città tutto scorre nella normale quotidianità, come se niente fosse, a due passi, nei boschi e nelle campagne, si compiono torture e atrocità indicibili. La storia del chirurgo Serhiy, scorre uguale a se stessa, prima e dopo il trauma del rapimento, e viene raccontata da Vasyanovich con 29 lunghi piani sequenza più o meno statici, che ritraggono impassibili anche le scene più terribili. Come a dire che a volte è necessario forzarsi a guardare e non girare la testa altrove.

  • The Power of the Dog, di Jane Campion

Ci sono film che finiscono con i titoli di coda, altri che continuano a scorrerti dentro per giorni, crescendo e facendosi pensare. Il ritorno di Jane Campion è un film suggestivo e complesso, che può lasciare spiazzati sul momento per via della sua struttura anticlassica, fatta di ellissi, allusioni, non detti e da un impianto mascherato da una ingannevole divisione in capitoli. Eppure, è proprio la destrutturazione del western classico a rendere un piccolo gioiello questo film che, targato Netflix, sarà disponibile in piattaforma dal prossimo 1 Dicembre. Tratto dall’omonimo romanzo di John Savage, il nuovo film di Campion, ambientato nel 1925 in Montana, racconta due fratelli che incarnano spinte opposte rispetto all’epopea western: George (Jesse Plemons) si è imborghesito e rappresenta la fine di un mondo; Phil (Benedict Cumberbatch), laureato in lettere classiche, rimane quasi disperatamente ancorato a simboli, atteggiamenti e modi da vecchio ranchero. Tra le cose cui rimane aggrappato, però, c’è anche la mascolinità tossica tipica del cowboy, che nasconde, però, una dimensione tragica, figlia proprio di quella società che Phil si ostina a proteggere. In mezzo tra i due, (Kirsten Dunst), vedova e madre di Peter. Scomposto, quasi imploso, costruito attorno a un climax che sale vertiginosamente senza mai esplodere davvero, è un film ipnotico e ispirato, che con il cowboy tormentato Phil ci consegna uno dei personaggi più complessi e sfaccettati degli ultimi anni.

  • The Card Counter, di Paul Schrader

Già in sala con il titolo Il collezionista di carte, il nuovo film del gigante Paul Schrader è un pezzo di New Hollywood tirato a lucido. I temi chiave che ci hanno fatto amare, da anni,

l scrittura e regia di Schrader ci sono tutti: senso di colpa, espiazione, redenzione, perdono. In più, c’è un Oscar Isaac magnetico, che vaga trasognato per quei non-luoghi che sono i piccoli Casinò d’America. Aggiungiamoci una trama che si svela poco alla volta la sua struttura semplice e coerente, un duello finale come non ne vediamo da anni e infine Willem Defoe, ed è facile intuire perché è impossibile non innamorarsi di The Card Counter.


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