Dune, kolossal senza emozioni

Articolo originale su DinamoPRESS


Che il ciclo di Dune – composto dai sei romanzi di Herbert e da una serie di opere letterarie successive di altri autori, tra cui il figlio Brian – sia uno dei più complessi e ardui da portare al cinema è tanto vero quanto banale, come confermano il fallimento di Jodorowsky e il flop di Lynch del 1984.

I motivi sono vari ed evidenti e risiedono soprattutto nell’imponente spessore del mondo narrativo immaginato da Herbert, che ha una stratificazione che forse solo il mondo tolkieniano possiede nella letteratura moderna.

Aggiungiamo a questo alcune peculiarità di non semplice riproduzione visiva e narrativa, come il suggestivo incrocio tra tecnologie futuribili e retrofuturo, che rischia ormai di risultare “già visto”, o la complicata piramide feudale del Landsraad (l’assemblea di tutte le casate nobiliari dell’Imperium), la dimensione spirituale rappresentata soprattutto dalla sorellanza del Bene Gesserit (un’organizzazione esoterica che punta al miglioramento genetico e spirituale della razza umana) e le suggestioni filosofiche e ci rendiamo conto di quanti siano i motivi che rendono questo ciclo una delle più iconiche e influenti saghe della letteratura fantascientifica ma anche una delle più intrasportabili; fino a questo momento, gli unici prodotti derivati dal ciclo letterario concretizzatisi in altri media che hanno raggiunto un livello soddisfacente sono stati il bellissimo videogame del 1992 e il suo seguito (Dune II: The Building of a Dynasty) dell’anno successivo.

Ora, ciò premesso, la questione di fondo che è legittimo porsi accostandosi a ”questo” Dune è che cosa, dentro a questa imponente saga, ci riguardi ancora così tanto da rendere interessante una mastodontica operazione come quella orchestrata dalla Warner Bros e da Denis Villeneuve. È una questione essenziale perché, a mio modo di vedere, è proprio su questo terreno che il film presentato fuori concorso alla 78. Mostra del cinema di Venezia risulta a conti fatti deludente.

Villeneuve, peraltro, sembrava davvero il regista giusto per accollarsi un rischio del genere, per più di un motivo: perché ha attraversato generi diversi e toccato temi diversi, mantenendo però sempre un livello di profondità importante e un mood permeato di esistenzialismo decadente che sembravano perfettamente compatibili con i tormenti del giovane Paul Atreides, protagonista della saga; e soprattutto perché ha sfidato la sorte girando il seguito di Blade Runner, riuscendo a realizzare un’opera raffinata e importante che – sebbene non premiata da un successo commerciale soddisfacente – non aveva molto da invidiare all’originale in quanto a complessità.

Eppure, Dune è la classica, bellissima ed enorme montagna che partorisce il topolino. Di certo non un “brutto” film, anzi, godibile e spettacolare, che lascia però l’amaro in bocca su almeno tre livelli. Il primo terreno su cui il film di Villeneuve promette e poi si sgonfia è quello politico. Facciamo un’altra breve premessa: Dune è il nome di Arrakis, pianeta interamente desertico e caratterizzato da un clima particolarmente inospitale. Eppure, questa landa desolata e aspra, sperduta nello spazio, è il punto più importante dell’Imperium, perché qui si produce il Melange, la “Spezia” in italiano, una droga che non solo è in grado di potenziare le facoltà umane e allungare la vita, ma consente, se raffinata, di ottenere il carburante per i viaggi interstellari. Suona familiare?

Sì, perché è fin troppo evidente che la struttura dei rapporti economici tra le varie realtà politiche, sociali e nobiliari di Dune siano una miniera inesauribile di metafore e allusioni alle politiche neoliberiste e coloniali del Mondo contemporaneo, resa ancora più riconoscibile dall’angosciante vicenda afghana delle ultime settimane.

Il look & feel del pianeta, il rapporto complesso con i Fremen, le operazioni di abbandono di Arrakis da parte degli Arkkonen e l’arrivo degli Atreides, tutto sembra apparecchiare una potente metafora che però nel film collassa, schiacciata dalla grandezza della messinscena, come se Villeneuve fosse talmente preoccupato di tenere sotto controllo la narrazione e l’impianto visivo da congelare progressivamente il portato ideologico.

Il secondo livello deludente riguarda la storia di Paul Atreides, il figlio del duca Leto che potrebbe essere il mitico Kwisatz Haderach, o il prescelto Muad’ib, un essere superiore creato dalle mutazioni genetiche delle Bene Gesserit, vicenda che nel romanzo è intrisa di elementi filosofici, religiosi e psicoanalitici, costruita intorno a sogni, visioni e allucinazioni. Ora, indubbiamente il pregio indiscutibile di questa nuova trasposizione dello scomodissimo romanzo del 1975 è la chiarezza dell’enunciazione: lo script di Villeneuve ed Eric Roth affronta il materiale intricato e l’elaborata mitologia di Herbert mettendo in fila gli eventi in modo totalmente intellegibile, permettendo una piena e totale mappatura del sistema dei personaggi.

Compiendo questo sforzo di chiarezza, però, il film finisce per dilapidare, soprattutto intorno alla figura di Paul, il considerevole patrimonio del romanzo: il “prescelto”, che nel testo è segnato da tormenti profondi e simbolicamente importanti e che attraverso sogni e dubbi offre al lettore numerosi spunti di riflessione su temi universali, come la possibilità di autodeterminare il proprio destino affrancandolo da colpe e scelte dei padri, si sgonfia durante le quasi tre ore di film, fino a diventare un mero toposfantascientifico.

E a proposito di topoi fantascientifici, l’altro fronte rispetto a cui il regista canadese deve concedere è quello dell’immaginario e degli stereotipi. Anche in questo caso, è necessario chiarire un punto: Dune è probabilmente la saga fantascientifica che sul piano dell’immaginario ha maggiormente influenzato Star Wars e il suo retrofuturo.

Questo è però, oggi, un bel problema, perché ovviamente l’aderenza stretta al romanzo che Villeneuve ha scelto determina inevitabilmente uno scenario “di rimbalzo” che, pur essendo genitore di quello di Lucas, ne sembra cinematograficamente un derivato. Purtroppo, anche in questo caso, la necessità di controllare la gigantesca macchina, fa sì che di sussulti davvero peculiari, anche sul piano visivo, pur nell’impeccabile costruzione formale, ce ne siano davvero pochi.

Ultima notazione: il film è solo la prima parte della storia raccontata nel primo libro di Herbert, fermandosi grosso modo a metà della seconda delle tre parti in cui è diviso. Si attende quindi la seconda parte, in cui sicuramente la storia di Paul avrà occasione di svilupparsi meglio e in cui Zendaya, qui presente per una manciata di minuti su 160, avrà verosimilmente una parte importante. Dato non irrilevante: il secondo capitolo non è ancora stato contrattualizzato e programmato. Difficile, però, che la “maledizione” di Dune possa colpire ancora, al punto da smontare a metà il progetto imperfetto di Villeneuve.


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