Diario da Cannes: Sound of Falling
Il mio impatto con Cannes ’78 comincia con il primo film del concorso principale, il tedesco Sound of Falling (titolo originale: In die Sonne schauen), che fissa fin da subito l’asticella piuttosto in alto.
La regista è Mascha Schilinski, qui al suo secondo lungometraggio.
Il progetto è ambizioso: 150 minuti per quattro storie ambientate in altrettanti decenni del secolo scorso, tutte racchiuse in un casolare dell’Altmark, regione rurale che fu Germania Est dalla fine della Seconda guerra mondiale alla caduta del Muro.
Protagoniste assolute sono le donne della comunità agricola, in particolare quattro giovani di età diverse attraverso le cui voci fuori campo osserviamo i fatti. I riferimenti cronologici non sono espliciti, ma si intuisce che la prima vicenda, centrata sulla giovanissima Alma, si colloca a ridosso della prima guerra mondiale; la seconda, con Erika, gravita intorno al secondo conflitto; la terza, con Angelika, si svolge negli anni Settanta e Ottanta, in piena DDR; l’ultima, con Lenka, è ambientata nel presente. Diverse per estrazione sociale ed esperienza, Alma, Erika, Angelika e Lenka condividono il dramma di costruirsi la propria identità femminile in una società spietatamente patriarcale.
Il film ci trasporta da una storia all’altra senza soluzione di continuità, segnalando i passaggi con un suono inquietante che allude al titolo internazionale dell’opera. Col procedere del racconto scopriamo che le quattro vicende sono legate non solo dal luogo, ma anche da un intreccio di legami di sangue, spirituali ed emotivi, spesso più suggeriti che spiegati. Non sempre la voce fuori campo, impastata di flusso di coscienza, coincide con le immagini che Fabian Gamper — direttore della fotografia — fa letteralmente danzare a mano a mano: parola e corpi sembrano vivere in dimensioni separate, come se la memoria finisse per trasformare la Storia.
Il casolare, pianta quadrata, funge da microcosmo isolato dal mondo esterno, una forma che si riflette nel formato 4:3 scelto da Schilinski, capace di restituire la claustrofobia della fattoria. Eppure quel perimetro ristretto diventa metafora della Germania del Novecento, della condizione delle classi subalterne e, soprattutto, di quella femminile. Il film non fa sconti, accumulando momenti crudi e strazianti che collegano i quattro periodi storici attraverso alcune sequenze memorabili: una cameriera sterilizzata perché non possa procreare in stato di semi-schiavitù; una bambina abbandonata dalla madre e dalla sorella in fuga dai soldati russi che si lascia annegare in un fiume; gli occhi di una donna morta cuciti perché le mosche non vi entrino e quelli di una ragazza cuciti per rimanere aperti in una macabra foto di famiglia; un giovane a cui viene amputata una gamba per evitare la leva nella Grande Guerra.
Il grande pregio di Sound of Falling sta però nella sua messa in forma, che elude quasi ogni didascalismo e assume le coordinate di una ghost story dai tratti orrorifici: le corrispondenze fra epoche e figure evocano infatti una dimensione soprannaturale, come se in quello spazio chiuso la storia del Novecento fosse popolata da spettri e anime dannate che perseguitano le generazioni successive, incapaci di chiudere i conti con il passato.