Diario da Cannes: Sirat

In un rave party nel deserto del Marocco, Luis e il figlio Esteban, di dieci anni, si fanno strada tra la folla distribuendo volantini con la foto di Mar, l’altra figlia di Luis, nella speranza che qualcuno l’abbia vista. I due si imbattono in un gruppo che suggerisce che la ragazza potrebbe trovarsi a un altro rave, in un’altra zona del deserto. Spinti dalla disperazione, Luis ed Esteban seguono due furgoni che trasportano Stef (Stefania Gadda), Josh (Joshua Liam Henderson), Tonin (Tonin Janvier), Jade (Jade Oukid) e Bigui (Richard Bellamy) da un raduno all’altro. All’inizio, i raver più esperti cercano di liberarsi di Luis ed Esteban, ma padre e figlio insistono, e il gruppo finisce per formare un’improbabile compagnia.

Sembrerebbe un road movie convenzionale, addirittura con elementi da dramedy familiare. Solo che Sirat cambia continuamente pelle, ed è uno dei rari film capaci di dare la sensazione di aver assistito a qualcosa di davvero nuovo e originale. Innanzitutto perché, mentre questa bizzarra carovana attraversa il deserto, il mondo sprofonda nella terza guerra mondiale: uno sfondo che conferisce al racconto una dimensione distopica e vagamente apocalittica. A ciò si aggiungono lo sbalorditivo sound design di Laia Casanova e la colonna sonora di Kangding Ray, che riescono a far letteralmente parlare i paesaggi del deserto marocchino, minacciosi e incombenti, come se proiettassero il senso di una tragedia ineluttabile anche sulle scene più leggere della prima parte.

E infatti, in modi davvero sorprendenti — che non rivelo, ma lasciano completamente a bocca aperta — la tragedia arriva, spingendo il film su traiettorie impensabili e cupe, quasi nei dintorni del mondo milleriano di Mad Max. Siamo marionette in balia di un caso che ci illudiamo di poter controllare, e l’ultima straordinaria scena del film — che, anche in questa circostanza, evito di raccontare — ci ricorda che il Sud del mondo è solo una questione di prospettiva e di destino, e che basta un attimo perché tutto si capovolga.

Il 42enne regista spagnolo Oliver Laxe — con tre lungometraggi all’attivo (Todos vós sodes capitáns (2010), Mimosas (2016), O que arde (2019)) — si conferma uno degli sguardi più interessanti del giovane cinema europeo.

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