Diario da Cannes 2025: Alpha di Julia Ducournau
Julia Ducournau si è imposta nel 2016 con Raw, un coming-of-age che funzionava perché i suoi elementi pulsionali — cannibalismo, risveglio sessuale, rivalità fraterna, nonnismo universitario — erano istintivi, scollegati e dunque perturbanti nel senso freudiano di Unheimliche. Con Titane, Palma d’Oro 2021, la regista ha alzato la posta: immagini folgoranti, riflessioni su genere, corpo e violenza. Ma nell’accumulo, quella “brutale spontaneità” si è in parte smarrita e nulla si è davvero incastrato. Parlare di “eccesso” non è moralismo sul body-horror che Ducournau maneggia con perizia; è constatare che, nei suoi due film più recenti, il nucleo tematico si perde sotto troppe stratificazioni, come se l’Io filmico venisse scisso in mille inversioni dello stesso sintomo.
Quel nucleo, in Alpha, riguarda l’angoscia di salvare qualcuno da se stesso — un conflitto che la psicoanalisi leggerebbe come oscillazione tra la pulsione di vita (Eros) e la pulsione di morte (Todestrieb). Amin (Tahar Rahim) è lo zio che la tredicenne Alpha (Mélissa Boros) ricorda appena: da bambina tracciava con un pennarello gli ascessi sul suo braccio, come costellazioni di un corpo in rovina. Alpha vive con la madre (Golshifteh Farahani), medico rigoroso ma affettivamente esausto, figura di Super-Io che sorveglia la figlia e cura i pazienti in un ambulatorio domestico. Quando Alpha, a una festa, si incide maldestramente una “A” con un ago dubbio, la madre entra in allarme e la trascina a farsi testare per un virus letale. Siamo negli anni Novanta: il morbo, trasmesso dal sesso e dalle siringhe, emargina chi ne è colpito, pietrificando corpi che tossiscono polvere e si screpolano fino a diventare statue — una potente figurazione della rimozione che immobilizza l’affetto traumatico, come direbbe André Green.
Il sospetto di contagio di Alpha — e il panico materno — funzionano come una Nachträglichkeit: riattivano il rimosso e “chiamano” Amin, che ricompare in casa magro, consunto, ancora schiavo dell’eroina. Alpha lo teme, ma la madre lo accoglie: il diritto di esistere del soggetto dipendente sfida il principio di realtà familiare. Rahim, con un carisma ambiguo, incarna il soggetto diviso lacaniano: affascinante e repellente, oggetto-a che attrae e destabilizza la nipote, soprattutto dopo che la scuola la isola per timore del contagio. Flashback dai toni più caldi ricompongono la genealogia affettiva: un micro-romanzo familiare in cui Alpha, priva di padronanza linguistica (non capisce il berbero dei parenti), resta fuori dal “discorso dell’Altro”.
Eppure il film non coagula davvero le sue tensioni. Ducournau orchestra infezione e dipendenza, ma non approfondisce nessuna delle due: il virus, visivamente poetico, denuncia l’emarginazione dei malati senza mostrare come, nella realtà, l’AIDS fu strumentalizzato contro corpi già marginalizzati; la tossicodipendenza di Amin è tratteggiata più come symptom che come percorso. L’equilibrio sarebbe più solido se il racconto si svolgesse dal punto di vista lacerato della madre — divisa fra la spinta a proteggere la figlia e il desiderio di salvare il fratello — piuttosto che da quello di Alpha, impegnata a decifrare il mistero dello zio. Alpha conferma l’abilità di Ducournau nell’evocare l’abietto (Kristeva) con immagini memorabili e composizioni folgoranti, ma suggerisce anche quanto le gioverebbe un contenimento formale: un limite entro cui far esplodere, con ancora maggiore potenza, l’inconscio che già abita il suo cinema.