Venezia/82: Orphan, di László Nemes
Il primo film che ho visto all’82. L’edizione della Mostra del cinema di Venezia è anche uno dei più attesi, non solo da me, ma da tutti gli addetti ai lavori: il terzo film dell’ungherese László Nemes, autore nel 2016 di uno dei più straordinari esordi degli ultimi anni, Il figlio di Saul.
Ambientato in Ungheria nel 1957, all’indomani della rivolta del ’56 repressa nel sangue dall’Unione Sovietica, questo nuovo Orphan si apre però nel 1949 con una sequenza che definisce immediatamente la posta in gioco. Grazie a una semi-soggettiva, il nostro sguardo coincide con quello di Andor, il protagonista, un bambino ebreo. La madre viene a riprenderlo dall’istituto in cui aveva trascorso gli ultimi mesi del conflitto. Il bambino è nascosto nell’oscurità degli alberi e dei cespugli, e noi con lui; fuori, nella luce, c’è il mondo reale, dove lo attende la madre stessa. Nemes rovescia così la grammatica della fiaba: il buio diventa rifugio, la luce si configura come minaccia. È già un segnale simbolico che allude a un trauma impossibile da illuminare senza generare angoscia.
Nel 1957 ritroviamo Andor dodicenne, cresciuto con una madre che gli ha tramandato un racconto idealizzato del padre, dichiarato morto nei campi di concentramento nazisti. L’apparente equilibrio familiare si spezza quando un uomo rozzo e minaccioso si presenta alla porta dichiarandosi il vero padre. In quell’istante il ragazzo si confronta con la dissoluzione del “velo materno” che fino ad allora aveva sostenuto la sua identità. È la frattura tra un Immaginario fatto di narrazioni protettive e immagini idealizzate e l’irruzione del Reale: la verità del trauma, che non può essere simbolizzata senza lasciare ferite.
Il cuore del film risiede proprio in questa dolorosa scoperta delle proprie radici, nello smascheramento di un’origine che non coincide con la storia raccontata. È l’incontro con l’Altro reale, con ciò che eccede la memoria individuale e familiare: il trauma storico, la violenza politica, la responsabilità collettiva. Nemes esplora così la tensione tra memoria, rimozione e trasmissione intergenerazionale del dolore, con uno stile che deve molto tanto al Neorealismo italiano (da Germania anno zero alla crudezza letteraria di Il sentiero dei nidi di ragno) quanto alla sua personale poetica del “punto di vista ferito”.
Orphan diventa allora il racconto di un soggetto che, privato delle certezze narrative che lo avevano sostenuto, deve attraversare la perdita e la disperazione per ricostruire un’identità possibile. È un movimento che riecheggia la logica analitica: dal mito protettivo che maschera il reale, fino all’incontro con la mancanza, fino alla possibilità di un nuovo posizionamento soggettivo.
Nemes firma la regia e la sceneggiatura insieme a Clara Royer, attingendo all’infanzia del padre e alla storia della propria famiglia, segnata dall’Olocausto e dal regime comunista. L’opera si inserisce così nel percorso autoriale di un regista che ha sempre saputo far vivere allo spettatore il trauma storico in forma intima e soggettiva, come già accadeva in Il figlio di Saul e in Tramonto.
La produzione ha coinvolto Ungheria, Francia, Germania e Regno Unito, con le riprese a Budapest nel 2024. Nel cast, Bojtorján Barabas (Andor), Grégory Gadebois, Andrea Waskovics, Hermina Fátyol, Marcin Czarnik e altri. La fotografia è firmata da Mátyás Erdély, già collaboratore di Nemes, capace, ancora una volta, di inscrivere lo sguardo in una dimensione claustrofobica e perturbante, dove il Reale affiora come un'eccezione inassimilabile.