Diario da Venezia/82: La grazia, di Paolo Sorrentino
Ecco finalmente il film d’apertura di Venezia 82, La grazia di Paolo Sorrentino, presentato alla Mostra del Cinema avvolto nel mistero, senza teaser né trailer a precederlo e senza alcuna indiscrezione sulla trama. L’undicesima tappa del percorso del regista napoletano conferma la sua predilezione per personaggi che vivono in bilico tra potere e fragilità: interpretato da Toni Servillo, Anna Ferzetti e Massimo Venturiello, il film è infatti ambientato nel cuore del Quirinale, spazio di marmo e di solitudine, dove il Presidente della Repubblica Mariano De Santis (Servillo), giurista cattolico e vedovo, affronta gli ultimi mesi del suo mandato.
Il nucleo narrativo ruota attorno a due richieste di grazia: quella di Isa Rocca, condannata per l’omicidio di un marito violento, e quella di Cristiano Arpa, professore che ha ucciso la moglie affetta da Alzheimer per liberarla dalla sofferenza. A queste vicende si intreccia il dilemma di una legge sull’eutanasia, che obbliga De Santis a confrontarsi con scelte impossibili: ogni decisione è un peso, ogni atto porta con sé un senso di colpa che il diritto non può sciogliere.
Sorrentino scrive un protagonista imprigionato dalle regole, dalle mura austere e dai fantasmi privati: il sospetto che la moglie defunta lo abbia tradito con Ugo Romano (Venturiello), suo rivale politico, lo perseguita come un’ossessione che appartiene più al suo inconscio che alla realtà. Accanto a lui, la figlia Dorotea (Ferzetti), anch’essa giurista, funge da specchio e contrappunto, aiutandolo a decifrare un mondo in cui diritto, amore e responsabilità si confondono.
Il titolo diventa così una chiave interpretativa: la grazia non è solo un atto giuridico, ma una sospensione del giudizio, un gesto che apre lo spazio dell’umano laddove il codice non basta. È la possibilità di un’eccezione, di un varco nella rigidità della legge, ma anche il desiderio di leggerezza, di sollevamento dall’angoscia. È proprio questa leggerezza a trovare una sua immagine quasi onirica nell’assenza di gravità dell’astronauta con cui il presidente si collega in video: un corpo fluttuante che sembra affascinare De Santis, come se in quella danza nello spazio ci fosse la rappresentazione visibile della grazia che egli cerca invano sulla terraferma delle istituzioni.
La battuta chiave del film – pronunciata da un corazziere al presidente, “Lei dà troppa importanza alla verità” – risuona come una lama ironica ma rivelatrice. In quella frase si condensa l’ambiguità del potere: la verità non è mai davvero sopportabile, e il potere stesso vive nella sua costante rimozione. È forse il momento in cui Sorrentino lascia filtrare la sua riflessione più psicoanalitica, mostrando che dietro la maschera della legge si nasconde sempre il desiderio, la menzogna necessaria, la verità impossibile da dire fino in fondo.
Con toni riflessivi, il film rinuncia ai virtuosismi più barocchi del regista per privilegiare la parola, il confronto, la dialettica tra responsabilità e sospensione, tra colpa e redenzione. Non mancano tocchi surreali e ironici: il cameo di Guè in colonna sonora introduce un contrappunto contemporaneo, mentre Coco Valori (Milvia Marigliano), critica d’arte, incarna la voce del coraggio e della resilienza, quasi una guida interiore.
Girato tra Torino, Roma e palazzi storici piemontesi, La grazia si presenta come un ritratto poetico e immaginario della presidenza: un’indagine nelle zone grigie della giustizia, dell’amore e della solitudine, dove la grazia diventa al tempo stesso istituto giuridico e categoria dell’anima. Non è il film più innovativo di Sorrentino, ma convince per la sincerità, la profondità dei dialoghi e la densità emotiva. Servillo e Ferzetti regalano interpretazioni intense, capaci di dare corpo a un racconto che oscilla tra il peso del potere e il desiderio di leggerezza, tra la verità negata e quella che, proprio perché impronunciabile, resta la più autentica.