Diario da Venezia/82: Otec, di Tereza Nvotová
Il primo film di Orizzonti che riesco a vedere è Otec (Father), il nuovo lavoro della regista slovacca Tereza Nvotová, un dramma che parla di colpa e di perdono, ma soprattutto della fragilità estrema dell’essere umano di fronte all’impensabile.
La storia ruota attorno a Michal, interpretato da un magistrale Milan Ondrík, bravissimo attore slovacco noto in patria per la sua versatilità, che ha lavorato in teatro, cinema e televisione. La vita di Michal cambia per sempre in un giorno d’estate, quando dimentica la figlia piccola chiusa in auto. Il caldo terribile fa il resto: la bambina muore, e con lei si spezza qualcosa di irreparabile nel cuore e nella mente di quest’uomo. La famiglia si sgretola, il matrimonio si incrina, sotto il peso insopportabile del giudizio pubblico e della minaccia di un processo. Ma più del rischio di finire in carcere, ciò che sembra condannarlo è la sua incapacità di assolversi. Il vero tribunale è interiore, e la pena è la convivenza quotidiana con la propria colpa.
Quello che colpisce è lo sguardo di Novotná. Classe 1988, dopo aver diretto il sorprendente Filthy e il documentario The Lust for Power, è arrivata a imporsi nel panorama internazionale con Nightsiren, vincitore del Pardo d’oro al Festival di Locarno nel 2022. Con Otec conferma una maturità straordinaria: filma il dramma più terribile che un genitore possa immaginare, senza mai ricorrere al ricatto emotivo. Sceglie invece la via dell’essenzialità, affidandosi a lunghi piani-sequenza che seguono Michal come un’ombra, restituendo la tensione e la solitudine che lo divorano. Non c’è enfasi melodrammatica, ma un rigore quasi spietato, che proprio per questo diventa ancora più commovente.
Il ricorso al piano sequenza, inoltre, sembra accentuare l’ineluttabilità del dramma che ha colpito il padre del titolo, un dolore che non ha soluzione di continuità, perfettamente redtituito dall’eccezionale performance di Ondrík: il suo corpo, piegato dal peso invisibile della colpa, i suoi silenzi, gli sguardi che sembrano sempre cercare una via di fuga senza mai trovarla, tutto concorre a costruire il ritratto di un uomo in frantumi. È un’interpretazione che lavora per sottrazione, capace di rendere credibile ogni minima incrinatura, e che trasforma la tragedia privata di Michal in un’esperienza universale.
Otec è, in fondo, un film sul limite: il limite del diritto, che non sa cosa fare di fronte a un dramma così; il limite della coppia, che deve imparare a sopravvivere a una colpa che non si cancella; il limite stesso dell’essere umano, chiamato a convivere con l’impossibilità del perdono. È un cinema che non consola, non spiega, non offre soluzioni facili. Eppure, proprio in questa nudità, si apre uno spiraglio: che la grazia non sia un verdetto o una legge, ma la possibilità, minima e fragile, di perdonare se stessi.
Otec resta addosso. È un film che continua a lavorare anche dopo i titoli di coda, perché costringe a guardare in faccia ciò che di solito rimuoviamo: la colpa, l’errore irreparabile, il buio che ciascuno di noi porta dentro. Un cinema che, come la vita, non conosce indulgenze, ma sa essere crudele e umano al contempo.