No Other Choice, di Park Chan-wook
Con No Other Choice, presentato in concorso a Venezia 2025, Park Chan-wook torna a raccontare la crudeltà del presente con l'arma affilata della commedia nera. Il titolo stesso è una dichiarazione: non una scelta, ma l'impossibilità di scegliere. È la formula dell'ideologia contemporanea, quella che Žižek ha descritto come il ricatto permanente del capitalismo: puoi fare qualsiasi cosa, purché sia l'unica cosa possibile.
Il protagonista è Man-su (Lee Byung-hun), operaio modello che, dopo venticinque anni di lavoro, viene licenziato senza preavviso. Nel giro di poche settimane perde non solo il salario, ma la sua stessa consistenza simbolica: il padre, il marito, l'uomo rispettato in fabbrica. Tutto ciò che lo teneva insieme scompare. Non resta che un corpo senza coordinate, un soggetto che scopre di essere stato, per tutto quel tempo, solo una funzione.
Travolto dall'umiliazione e dalla paura della precarietà, Man-su arriva a una decisione agghiacciante: se non c'è più posto per lui, eliminerà fisicamente i concorrenti che gli contendono un nuovo impiego. La logica è impeccabile, nella sua mostruosità. Se il sistema funziona per sottrazione — meno posti, più candidati — allora la soluzione è sottrarre i candidati. È il capitalismo preso alla lettera, la competizione portata alle sue conseguenze ultime.
Park trasforma questa parabola disperata in una satira feroce, in cui il lavoro non è più diritto ma privilegio conteso, e la dignità dell'individuo si riduce a un artificio retorico. La menzogna diventa così il vero motore psichico del film: la bugia che raccontiamo agli altri e a noi stessi per mantenere un'identità che non esiste più. Un simulacro sociale che crolla appena il meccanismo si inceppa. In termini lacaniani, Man-su scopre che il grande Altro — l'ordine simbolico che garantiva il suo posto nel mondo — non esiste. O peggio: esiste, ma non lo riguarda più.
È un racconto che, come spesso nel cinema di Park, esplora l'inconscio collettivo attraverso la lente del grottesco. Il desiderio di sopravvivere a ogni costo. La violenza latente che scaturisce quando il soggetto si sente minacciato. L'identità che si rivela fragile e costruita, un castello di carte che basta un soffio a far crollare. Ma c'è qualcosa di più sottile: la scoperta che quella violenza non è un'eccezione, ma la verità rimossa del sistema. Man-su non impazzisce. Semplicemente, smette di mentire.
Il confronto con Parasite di Bong Joon-ho è inevitabile: anche qui c'è la messa a nudo della precarietà, la famiglia che si sgretola, l'illusione di un equilibrio sociale che non regge alla prova della realtà. Ma i due film divergono nel punto di vista. Bong costruisce un meccanismo perfetto, una trappola geometrica in cui ogni classe sociale è complice e vittima. Park, invece, sceglie la soggettività ferita: non guarda il sistema dall'alto, ma dall'interno di un uomo che sta perdendo i pezzi.
No Other Choice non ha la stessa robustezza e la potenza spiazzante del film di Bong. È meno universale, più sbilanciato nei toni e, a tratti, persino disomogeneo. Alcune sequenze sembrano appartenere a film diversi: la commedia nera sconfina nel thriller, il thriller nel melodramma, il melodramma nel puro grottesco. Eppure, nella sua ambiguità, il film riesce a cogliere qualcosa di altrettanto vero: la sensazione quotidiana di vivere in una società in cui la competizione è talmente feroce da rendere plausibile perfino l'idea che, per sopravvivere, non resti altra scelta che annientare l'altro. Non è paranoia. È realismo.
C'è poi la questione del corpo. Park Chan-wook ha sempre filmato i corpi come superfici di iscrizione: ferite, tatuaggi, cicatrici, segni che raccontano storie che le parole non possono dire. In No Other Choice, il corpo di Man-su è il campo di battaglia. Lee Byung-hun offre una performance di straordinaria intensità: il suo volto attraversa tutte le fasi del trauma, dalla dignità ferita alla follia più grottesca, senza mai perdere umanità. È un lavoro di sottrazione: non aggiunge pathos, lo lascia emergere dalla carne. Ogni gesto tradisce la fatica di tenere insieme un'identità che si sta disfacendo.
La regia di Park asseconda questa dissoluzione. La macchina da presa non cerca mai la complicità emotiva dello spettatore: osserva, registra, a volte indugia con una freddezza che sconfina nel sadismo. È lo sguardo del chirurgo, non del confessore. E proprio questa distanza permette al film di evitare la trappola del moralismo. Park non giudica Man-su. Non lo assolve, ma nemmeno lo condanna. Lo mostra. E in quel mostrare c'è tutta la crudeltà della commedia nera: ridere di qualcosa che non dovrebbe far ridere, e scoprire che la risata è l'unica risposta possibile.
No Other Choice è meno perfetto rispetto ad altri lavori di Park Chan-wook — manca la costruzione millimetrica di Oldboy, l'eleganza formale di Decision to Leave — ma non è meno importante. È un film-specchio che mostra, con ironia crudele, quanto sia sottile il confine tra l'identità che crediamo di avere e il vuoto che si apre quando quella stessa identità viene spazzata via.
Il titolo, alla fine, si rivela per quello che è: non una constatazione, ma una domanda. Davvero non c'è altra scelta? O è proprio questa la menzogna più grande — quella che ci raccontiamo per non vedere che il sistema funziona solo finché accettiamo di non avere alternative?