Diario da Venezia/82: After the Hunt, di Luca Guadagnino

Con After the Hunt, presentato fuori concorso a Venezia 2025, Luca Guadagnino firma (già dal titolo, in cui compare il nome del regista con genitivo sassone) un thriller psicologico che ha l’ambizione di raccontare le zone d’ombra del mondo accademico americano e di confrontarsi con la complessità del post-MeToo. L’ambientazione è Yale, con i suoi corridoi solenni e competitivi, dove la filosofia diventa campo di battaglia più che disciplina.

La protagonista è Alma Imhoff, interpretata da Julia Roberts, professoressa di filosofia in corsa per la cattedra, moglie e donna intrappolata tra memorie dolorose e nuovi dilemmi. Quando una sua studentessa brillante accusa il collega e rivale Hank Gibson (Andrew Garfield) di molestie, Alma si ritrova costretta a scegliere: la difesa della giovane o la lealtà verso un amico? E, soprattutto, quanto la verità può davvero essere distinta dall’ambiguità, quando in gioco ci sono potere, carriera e desiderio?

Il pregio maggiore del film sta proprio qui, nel saper cogliere la complessità del dibattito intorno agli scandali #MeToo, evitando la facile contrapposizione vittima-carnefice e mostrando invece le ambiguità, le zone grigie, i compromessi interiori e collettivi che segnano la vita accademica. Guadagnino orchestra un cast eccezionale – oltre a Roberts e Garfield, anche Michael Stuhlbarg, Ayo Edebiri e Chloë Sevigny – e li fa muovere in uno spazio saturo di tensione morale, in cui ogni parola può diventare un’arma.

Eppure, proprio questa ricchezza di spunti rischia di diventare il limite del film. After the Hunt è a tratti confuso, dispersivo, quasi ingolfato nel voler affrontare troppi temi contemporaneamente: #MeToo, cancel culture, dinamiche di potere, traumi privati. La trama procede con qualche incertezza, spaesando più che non provocando, e alcuni personaggi restano schiacciati nello stereotipo.

Resta un’opera interessante, elegante nella fotografia, vibrante nei dialoghi, animata da una sceneggiatura che non rinuncia al rischio dell’ambiguità. Guadagnino non offre soluzioni né condanne, ma apre un terreno fragile e scivoloso in cui costringe a interrogarsi.

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