Backrooms, un sintomo perfetto del nostro tempo
Ci sono film che conquistano il pubblico perché sono grandi film. E poi ci sono film che conquistano il pubblico perché intercettano qualcosa nell’immaginario condiviso che aspetta solo di trovare una forma. Backrooms, l’horror del momento, appartiene alla seconda categoria: ed è da qui che bisogna partire per capire cosa sta davvero succedendo intorno al grande successo di quest’opera.
Nel weekend d’apertura, il film ha incassato circa 81,4 milioni di dollari nel mercato nordamericano e ha raggiunto 118 milioni a livello globale. È il più grande opening nella storia di A24, realizzato con un budget di 10 milioni di dollari. Kane Parsons, il regista, ha 20 anni ed è il più giovane filmmaker ad aver mai raggiunto il primo posto al box office, superando il record di Josh Trank, che aveva 27 anni quando Chronicle aveva debuttato in testa alle classifiche nel 2012. Numeri difficili da ignorare, soprattutto se si considera che il film non nasce da un romanzo famoso, non appartiene a una saga consolidata e non ha star di primo piano nel senso tradizionale del termine. Arriva da Internet. Ed è da internet che bisogna iniziare a ragionare.
Quando Internet crea il cinema
Le Backrooms nascono da un post pubblicato il 12 maggio 2019 sulla board /x/ di 4chan, la sezione dedicata al paranormale, in cui un utente anonimo chiede agli altri di pubblicare immagini che “sembrino semplicemente sbagliate”. Qualcuno carica una fotografia: una serie di stanze vuote, pareti giallastre, moquette consumata, neon al soffitto. Un secondo utente anonimo aggiunge una didascalia che diventa il nucleo mitico dell’intera costruzione: “Se non stai attento e fai noclip fuori dalla realtà nelle aree sbagliate, finirai nelle Backrooms, dove c’è solo il puzzo di vecchia moquette umida, il ronzio dei neon, e un numero sterminato di stanze vuote in cui restare intrappolati”.
Il termine noclip proviene dalla cultura videoludica: indica un bug che consente a un personaggio di attraversare superfici solide e di scivolare oltre i limiti del mondo di gioco. Trasportato fuori dal videogioco, il soggetto giocante incontra qualcosa di inquietante: la possibilità di uscire dalla realtà stessa, di scivolare nel “retropalco” dell’esistenza. Non un altrove fantastico, ma il lato sbagliato della realtà.
Da quel post nasce una delle creepypasta più elaborate degli ultimi anni. Le creepypasta sono il folklore dell’epoca digitale: storie horror che si diffondono attraverso forum, Reddit e YouTube, mutando continuamente mentre vengono raccontate e ampliate da migliaia di utenti anonimi. Se il Novecento ha le leggende metropolitane, Internet ha le creepypasta. Figure come Slender Man o Jeff the Killer nascono esattamente così: produzioni collettive senza un autore unico. Le Backrooms rappresentano probabilmente il loro esito più sofisticato, perché non si limitano a creare un personaggio mostruoso, ma un intero spazio ontologico: un luogo con le proprie leggi, i propri livelli, le proprie entità.
Il perturbante del XXI secolo
Nel 2022, Kane Parsons, all’epoca sedicenne, pubblica su YouTube un cortometraggio intitolato The Backrooms (Found Footage), girato quasi interamente da solo. Il video è costruito come un nastro VHS ritrovato, ambientato nel 1996, e documenta l’ingresso accidentale di un operatore nelle Backrooms. L’effetto è sorprendente non per la storia, che non c’è, ma per l’atmosfera: Parsons riesce a dare forma visiva a qualcosa che fino a quel momento esisteva soltanto come suggestione collettiva. Il corto diventa virale. Arrivano altri episodi. Poi arriva A24.
Qui accade qualcosa che vale la pena sottolineare. Per decenni il cinema ha prodotto immaginari che Internet consumava, commentava e parodiava. Con Backrooms la direzione si inverte: Internet produce un immaginario, lo elabora collettivamente per anni e il cinema si limita a raccoglierlo. È una differenza enorme, perché significa che il film non nasce dalla fantasia individuale di un autore, ma da una costruzione diffusa, quasi anonima, strutturalmente simile alle leggende popolari. Solo che il villaggio, questa volta, è la rete.
Il film, ambientato negli anni Novanta, racconta la storia di Clark (Chiwetel Ejiofor), un proprietario di un negozio di mobili in crisi, che scopre una crepa nel muro del suo magazzino attraverso cui può scivolare nelle Backrooms. Quando scompare, la sua terapeuta (Renate Reinsve) si avventura nell’ignoto per trovarlo.
È una sintesi parziale, perché, come viene detto nel film, raccontare Barckrooms sarebbe come descrivere un cane a qualcuno che non ne ha mai visto uno. Tuttavia, nonostante l’indubbio fascino che questa natura indefinibile porta con sé, bisogna dire che Backrooms è un’operazione che funziona a metà. La costruzione drammaturgica è fragile: i personaggi restano sagome, vettori di una situazione più che individui dotati di spessore. Il racconto fatica a trovare una progressione autentica e tende a ripiegare sulla reiterazione dello stesso dispositivo: corridoi, stanze, smarrimento, vuoto. L’atmosfera c’è. La tensione narrativa, molto meno. Per lunghi tratti si ha la sensazione che il film preferisca preservare un’esperienza sensoriale piuttosto che costruire un racconto. L’immersione conta più della drammaturgia.
Eppure, paradossalmente, è proprio qui, quando incontra i suoi limiti, che Backrooms diventa interessante: non come film, ma come sintomo.
Perché le Backrooms ci sembrano familiari
La prima cosa che colpisce è il rapporto del film con gli anni Novanta. Tutto nell’universo delle Backrooms sembra provenire da lì: le VHS, le luci al neon giallastre, le moquette, gli uffici impersonali, i centri commerciali, le sale d’attesa. Gli spazi della tarda modernità fordista, quei non-luoghi che Marc Augé descrive come strutturalmente privi di identità e storia, diventano qui il materiale grezzo di una mitologia.
Per il pubblico più giovane, però, gli anni Novanta non sono un ricordo. Sono una memoria indiretta, ereditata attraverso immagini, film ed estetiche filtrate dai social. Una nostalgia per un tempo che non si è mai davvero vissuto. Le Backrooms sembrano esistere esattamente in questa zona ambigua: non sono il passato, sono “il sogno” del passato. O meglio ancora: la traccia mnestica di qualcosa che non è mai stato esperienza, ma che il cervello tratta come se lo fosse. Come nei sogni, riconosciamo gli spazi ma non sappiamo spiegare come ci siamo arrivati. La familiarità e lo smarrimento coincidono.
Le Backrooms sono quindi una delle rappresentazioni contemporanee più efficaci dell’Unheimlich, il perturbante freudiano, che non nasce dall’ignoto assoluto, ma dall’opposto: nasce quando qualcosa di familiare smette improvvisamente di esserlo. Un corridoio deserto. Un ufficio senza persone. Una stanza che conosciamo, ma che sembra aver perso il proprio significato, svuotata della sua funzione come un corpo svuotato della sua anima. Le Backrooms non spaventano perché sono estranee. Spaventano perché sono troppo familiari: luoghi che abbiamo attraversato migliaia di volte e che ora appaiono privati di senso, come se il mondo fosse rimasto in piedi dopo la scomparsa degli esseri umani.
C’è però un secondo livello, più profondo. Le Backrooms non sono soltanto uno spazio: sono una struttura mentale. Assomigliano a una gigantesca memoria senza uscita, a un archivio infinito in cui i ricordi non vengono elaborati ma semplicemente conservati, depositati, dimenticati ma non sciolti. I corridoi che sembrano non finire mai evocano la freudiana coazione a ripetere: il ritorno incessante di qualcosa che non è stato elaborato, che torna perché non è mai stato veramente attraversato. Da questo punto di vista le Backrooms somigliano meno a una casa infestata che a una mente infestata. Non un luogo in cui accade qualcosa di mostruoso. Un luogo da cui non si riesce a uscire.
Un horror senza mostri
È l’elemento che risuona con maggior forza nel film e forse è la ragione più profonda del successo del fenomeno. L’horror classico teme il mostro, una presenza ostile e concreta che irrompe nel reale. Backrooms teme il vuoto. Non teme una presenza: teme un’assenza. L’angoscia non nasce da ciò che appare, ma da ciò che manca: le persone, la direzione, il significato, lo scopo. Il mondo delle Backrooms è un luogo in cui tutto continua a esistere, ma niente sembra avere più alcuna funzione. Gli spazi sopravvivono agli scopi per cui erano stati costruiti. La forma persiste anche quando il contenuto si è dissolto.
È difficile immaginare una metafora più precisa per alcune delle inquietudini del presente: l’angoscia da burocrazia infinita, la sensazione di girare in tondo in strutture che sembrano progettate per non portare da nessuna parte, l’esperienza di un lavoro che si ripete senza accumulo. Non è un caso che il pubblico sia composto in larga parte da under 25: una generazione per cui l’horror dei corridoi deserti parla di qualcosa di molto concreto
Probabilmente Backrooms non resterà nella storia del cinema come uno dei grandi horror del nostro tempo. Ma potrebbe restare nella storia dell’immaginario contemporaneo, perché racconta qualcosa che va oltre il film. Racconta come Internet produca miti collettivi a partire da un’immagine anonima. Racconta come una generazione costruisce la propria nostalgia a partire da ricordi che non ha mai vissuto. Racconta il modo in cui il perturbante continua a cambiare forma senza mai scomparire: non più il castello gotico, non più la casa infestata, ma un corridoio illuminato da neon giallastri e la sensazione inquietante di essere finiti, senza sapere come, da qualche parte dietro la realtà.
Un film che funziona a metà. Un sintomo che funziona benissimo.